Un'altra Calabria
Scritto da Francesco Cirillo   
Giovedì 04 Settembre 2008 08:53
Questa foto di un binario “triste e solitario” è significativa di una Calabria che sembra sempre più lontana. Un binario che sembra morto e che è invece l’unico binario che collega  Reggio Calabria con tutti i comuni della costa ionica fino a Taranto. Un unico binario rimasto tale, senza che il secondo binario, da sempre agognato non è mai stato costruito. Un binario pieno di storie,  che ha trasportato migliaia e migliaia d’emigrati al nord e che adesso sempre più raramente trasporta gente, essendo tutti provvisti di trasporto privato. Un trasporto che si riversa tutto sulla piccola 106 ionica conosciuta oramai come la strada della morte. Una strada rimasta tale da trent’anni, da quando fu leggermente ampliata sul tracciato fatto da Mussolini. Una strada che si dipana lungo tutta la costa frastagliata di scogliere e bianche spiagge e che collega i paesini della Calabria antica, che purtroppo assurge alla nostra cronaca solo per fatti delittuosi legati alla presenza massiccia della ndrangheta, ma ricchi di storia, di bellezze naturali, d’antiche tradizioni che ancora oggi mantengono viva la gastronomia, la musica, il dialetto grecanico. Il primo paese antico che s’incontra lasciando la 106 ionica, e che vale la pena di visitare, è Pentedattilo.
E’ un paese sorto sotto una montagna a forma di cinque dita, dalla quale formazione ha preso il nome, nell’anno 1000. Il paese fu abbandonato a seguito del terribile terremoto del 1908, ma negli anni 90 venne di nuovo riabitato da un gruppo di giovani che volevano farne un borgo d’artisti. Alla ‘ndrangheta la cosa non piacque ed iniziarono una serie di intimidazioni ed attentati che fece nuovamente abbandonare il paese. Ora un nuovo progetto finanziato dalla provincia potrebbe rimettere insieme il paese ridandogli nuova vita. Già un punto ristoro è in attività e finanche un bed e breakfast ha aperto i battenti. Giungere in auto e poi a piedi a Pentedattilo è un esperienza davvero unica. La bellezza del luogo e del paesaggio lasciano senza fiato e giunti nella piccola piazza del paese sotto l’antica chiesa l’aria che si respira è quella ancora antica e pulita dell’anno mille.
La storia dell’abbandono dei paesi grecanici è  storia unica per tutti.    La violenza dei terremoti e delle alluvioni ha fatto spopolare molti centri antichi della Calabria aspromontana e grecanica. La gente si è spostata sulla costa e nuovi paesi come Melito di Porto Salvo, Palizzi marina, Galati, Africo sono nati lentamente occupando terre una volta lontane . Molti hanno invece preferito andarsene , emigrando definitivamente verso il nord Italia e la Germania. I governi non hanno fatto nulla per frenare questi spopolamenti, e neanche per rendere vivibili questi paesi che anno dopo anno sono definitivamente morti.
Mentre Pentadattilo da una speranza di vita , Roghudi invece è completamente morto.  Raggiungerlo non è semplice. Bisogna risalire una stradina fino a Bova superiore e poi prendere per una strada laterale che si inoltra nella boscaglia e fra le gole delle montagne per essere inghiottita da curve a gomito, discese strettissime, buche profonde e smottamenti lungo la strada. Roghudi appare all’improvviso. Come sospesa su un manto bianco rappresentato dal largo tratto del fiume Amendolea. Un fiume completamente prosciugato in estate ma che in inverno si riempie fino a diventare pericoloso e che negli anni 70 è stato il responsabile di terribili alluvioni che hanno costretto la gente ad allontanarsi dal paese. Ora il silenzio è grandioso. Tutto sembra fermo. Il paese immobile, le case, molte delle quali ancora con i mobili dentro, come se una grande paura improvvisa avesse fatto scappare tutti, prendono forme umane, con occhi al posto delle finestre e bocche grandi a forma di porte spalancate alle quali ancora sono appese le chiavi. Come se si dovesse ritornare qui da un momento all’altro. Il silenzio si rompe d’incanto solo per il vento che a tratti muove le imposte delle finestre, fa scricchiolare le porte, fa cadere ancora qualche oggetto , in qualche casa lontana da te. La grande fiumara fa da cornice a tutto questo. Una fiumara bianca fatta di pietre che segui con gli occhi ed immagini seguire attraverso i monti fino al mare. Una fiumara ferma che segna il limite dell’uomo di fronte alla natura sempre amica ma a volte nemica e vendicativa dei nostri comportamenti contro di essa.
Un cane all’interno dei vicoletti cerca cibo. Scatolette di carne e di tonno sparse un po’ dappertutto segnalano il passaggio di altre persone che hanno sfamato l’animale. Io per lui ho solo acqua che gli verso in un piattino di plastica posto all’ingresso della  Chiesa del paese. La Chiesa è vuota, il portone d’ingresso mantiene ancora le chiavi, alcuni tabernacoli giacciono a terra sotto l’altare spoglio di ogni cosa. Certamente non passerei una notte da solo in questo luogo. Ma mi è stato detto che alcuni concerti musicali sono stati organizzati negli anni scorsi e che alcune persone  vi sono rimasti a dormire.
Vicinissimo a Roghudi una sua piccola frazione appena sopra di esso. Si chiama Ghorio. Ha fatto la stessa fine di Roghudi. Anche qui case abbandonate. Di fronte un cimitero. Sembra più vivo dei due paesi. Fiori freschi, tombe pulite, viottoli appena ramazzati.  Altri paesi stanno morendo come Roghudi e Ghorio. Paesi che sopravvivono solo grazie a pochi anziani che ancora insistentemente resistono per potervi solo morire.
Staiti, Condofuri, Roccaforte del Greco, Bagaladi, sono paesini che d’estate offrono ancora sprazzi di cultura solo grazie ad associazioni, l’ente provincia grazie all’assessore alla cultura Santo Gioffrè, il consolato di Grecia a Napoli. Un laboratorio musicale si svolge una sera calda preferragostiana a Staiti. Un paesino che per raggiungerlo devi inerpicarti come una capra su una collinetta splendida ricca di ulivi e vigneti. A spiegare la musica grecanica, la tarantella calabrese, la costruzione di strumenti è Ettore Castagna un creativo antropologo che è animatore di gruppi musicali e del festival  Paleariza che ogni anno si organizza nell’area gracanica. Sono queste manifestazioni culturali che rendono vivi questi borghi ogni estate. Emigrati e turisti li affollano alla ricerca delle proprie radici ed anche alla ricerca di un vecchio modo di vivere i paesi, i borghi antichi , il rapporto con la natura. Poeti, artisti, costruttori di strumenti contadini, suonatori, professionisti e non, antropologi, si alternano sui palchi di questi paesi cercando dialogo, amicizia, conoscenza, rispetto dei luoghi e delle persone. A rappresentare tutte le storie, ci pensano i Culmeca. Un gruppo musicale, fatto di artisti provenienti da vari paesi dell’interno aspromontano. Artisti che scavano fra la memoria dei contadini, tirando fuori in grecanico e calabrese, antichi proverbi, filastrocche, storie e leggende, musiche e ritornelli. La loro esibizione musicale, con i tambureddi, le lire, le fisarmoniche nella piazza di Riace marina, smuove anche i più recalcitranti alla danza , facendo ballare insieme, il turista spaesato, l’emigrato ritornato dopo un anno alla sua famiglia, il nuovo immigrato ospitato dalla follia visionaria e concreta del sindaco sognatore di Riace.
E’ qui a Riace che oggi si vive metaforicamente tutto lo scontro esistente in Calabria. Uno scontro fra civiltà nuova e moderna legata alla tradizione ed alla memoria e la ‘ndrangheta e politica che vorrebbero la Calabria solo come terra di affari e terra di smistamento dei peggiori traffici esistenti oggi al mondo dalla droga alle armi al riciclaggio del denaro sporco proveniente dalle peggiori parti del mondo.
Il sindaco Domenico Lucano vuole rompere questo modo di intendere e volere la Calabria. Sogna un mondo diverso. Allegro, felice, uguale per tutti, solidale per i più deboli.   Nel Chiapas messicano starebbe con il comandante Marcos a difendere gli indios dalle multinazionali criminali che vogliono cacciarli per sfruttare la loro terra per il petrolio, i diamanti, le speculazioni edili. Qui gli indios sono i calabresi che resistono, gli immigrati che continuano a sbarcare sulle nostre coste, sputati sulle bianche spiagge di Stignano da improbabili barconi, le persone oneste che non vogliono avere nulla a  che fare con la ‘ndrangheta . Questo sindaco da fastidio. Non per i proclami contro la ‘ndrangheta che poco gli appartengono, sono inutili e servono spesso a coprire proprio veri ‘ndranghetisti, non per i cortei  che si fanno a Locri, ma per fatti concreti, per una politica reale che vede coinvolgere in cooperative di lavoro i giovani del paese   e che mette al centro di tutto l’immigrato, come il nuovo gesucristo, proveniente dalla Palestina martoriata dai cannoni israeliani, facendo della solidarietà il nuovo strumento contro la ‘ndrangheta.
E’ questa praticità e concretezza che da fastidio alla ‘ndrangheta più di mille cortei e dichiarazioni alla stampa regionale. Questo sognatore, Mimmo come lo chiamano tutti,  vuole riportare la memoria nei paesi, il lavoro per tutti, la speranza di credere in noi stessi senza delegare al solito politico di turno le proprie aspettative attraverso il solito voto. Ed il paese si riempie di iniziative sociali e politiche, vedendo in prima fila lui stesso a trasportare sedie e tavoli per far riuscire le mostre, le feste. Questo non è un sindaco, è un sognatore, e vuole coinvolgere nel suo sogno tutti gli altri paesani, per farlo diventare reale e far uscire dall’incubo tutta la nostra martoriata terra. In questo sogno ora è riuscito a coinvolgere il nuovo vescovo di Locri, Monsignor Morosini.
Mimmo ha in mente di trasformare la vecchia e decadente “Casa del pellegrino” costruita negli anni 50 a fianco del Santuario di Cosimo e Damiano ,a  due chilometri da Riace paese, in un centro di accoglienza  plurale, togliendo gli immigrati dai centri lager prima denominati CPT ed ora Centri di Identificazione ed espulsione. Un progetto che prevede la spesa di quattro milioni e settecentomila euro per tutti i lavori che si intendono realizzare e che per la stessa Riace vorrà significare lavoro per i giovani disoccupati oltre che l’ottenimento di un moderno centro di accoglienza ed integrazione per i tanti nostri fratelli immigrati. Il finanziamento è stato richiesto alla Regione Calabria nell’ambito  del bando per la ristrutturazione dei centri storici.
Il protocollo d’intesa fra la Curia vescovile ed il comune di Riace, per l’uso  e la ristrutturazione della struttura, è stato firmato poche settimane fa e già questo significa un grosso passo avanti  per l’intera comunità. Il governo penserà di mandare l’esercito anche qui a Riace così come ha già fatto per i CPT di Crotone e Lametia ? E’ un paradosso incredibile questo. Nella settimana di ferragosto nella zona ionica ci sono stati omicidi ,ferimenti ed un terribile attentato nel pieno centro di Reggio. Un attentato alla “libanese” fatto per punire un ristorante che evidentemente si rifiutava di pagare il pizzo e che ha visto saltate in aria oltre sedici auto in una strada  del centro cittadino oltre che l’intera struttura . E l’esercito viene mandato davanti ai CPT , come se il reale pericolo venisse da questa gente. L’infaticabile sindaco riacese si muove anche fuori dal paese , partecipa alle fiere alternative dove associazioni di solidarietà si incontrano per scambiare esperienze e condividere nuove storie.
Ed è proprio in una di queste fiere organizzata a Milano dall’associazione “Terre di mezzo” che  il sindaco conosce Dimitri. Un bulgaro professionista soffiatore di vetro. Mimmo coglie l’occasione al volo. Pensa subito ai ragazzi della sua cooperativa che hanno aperto un laboratorio dove si lavora il vetro. Vuole portare Dimitri a Riace per far passare le sue conoscenze ai ragazzi della cooperativa . E ci riesce. Dimitri è una persona vogliosa di conoscere il mondo . Dalla caduta del regime bulgaro nel 1989 ha girato mezzo mondo lavorando in decine di ditte dove ha potuto dimostrare la sua bravura nel soffiare il vetro. Ora è a Riace seduto con me  al bar della piazza centrale  a sorseggiare thé freddo. Dimitri è un fiume in piena nel raccontare la sua vita. E’ uscito dalla Bulgaria nel 1992 all’età di 21 anni. La sua infanzia è stata nella cittadina  di Vidin a pochi chilometri da Sofia.
“Cosa facevi in questa cittadina durante il regime” ? gli chiedo. “Nulla” mi risponde. Dopo aver studiato i sacri testi del marxismo stavamo per strada a giocare e basta. Nella sua testa la “terra promessa” che vedevano attraverso la Tv serba:  Milano, Roma, Firenze, il Canada, l’America. Dimitri a 18 anni inizia a lavorare con il padre. Soffiatore di vetro in una piccola azienda. E’ il padre che passa questa antica professione al figlio che impara avidamente facendo tesoro di tutti i suoi consigli. L’azienda del padre esportava palline di vetro natalizie per Londra. Poi si specializzò in apparecchi scientifici di vetro, quali alambicchi e cose similari. Dimitri studia e si diploma in sistemi elettronici automatici. Il primo lavoro in Italia lo fa a Roma.  Chiede un informazione ad una suora su un autobus. La suora dialogando con Dimitri e sapendo della sua ricerca di lavoro lo accompagna da un suo conoscente che ha una piccola fabbrica di lavorazione del marmo. E qui Dimitri comincia il suo lavoro. Resta a Roma per due anni, poi si iscrive all’università per stranieri a Perugia, ma al momento degli esami si ammala ai polmoni. Si trasferisce a Genova dove per circa sei mesi viene curato nell’ospedale per malattie polmonari.
A Genova decide di espatriare clandestinamente per il Canada. Un’altra sua terra promessa. Riesce ad entrare in una cargonave nel porto nascondendosi in un container. Qui vi rimane chiuso per sette giorni . Ha portato con se viveri ed acqua ed un piccolo trapano a mano ed un seghetto. Gli serviranno per aprire il container e consegnarsi al capitano della nave. Ma alla fine dei sette giorni non riesce ad aprire il container e rischia di morirvi. La fortuna vuole che vicino al suo container vi fossero nascosti due rumeni.  Sono loro a sentire i rumori provenienti dall’interno ed a aiutarlo ad aprire una porticina . Il comandante della nave li rifocilla e li consegna alla fine del viaggio alla polizia canadese.
Il Canada non chiude gli immigrati in squallidi CPT, ma da una possibilità di lavoro ed accoglienza a tutti. Gli concede in vista dell’accoglimento della domanda di asilo politico inoltrata da Dimitri, un assegno mensile di 500 dollari. Dimitri cerca subito lavoro. E lo trova a Monreal in una fabbrica dove si lavora il vetro. Trova casa e vi rimane per due anni. Intanto viene operato al polmone e guarisce completamente. Ma ad una buona notizia ne arriva una cattiva. Il governo canadese non ha riconosciuto la sua richiesta di asilo politico e ne ordina l’espulsione immediata. Avrebbe dovuto presentarsi una decina di giorni dopo presso la polizia, ma Dimitri, trova la possibilità di uscire dal Canada ed entrare negli Stati Uniti d’America. Una nuova terra promessa.
Paga 300 euro ad una persona che nascondendolo insieme ad un altro immigrato nel portabagagli della sua auto lo trasporta in america. Ed eccolo ad Atlanta a Dimitri. Prende le pagine gialle e trova subito lavoro. I soffiatori di vetro sono ricercatissimi ed appena lo vedono all’opera lo assumono subito. Qui vi lavora per due anni a 2000 dollari al mese, poi decide di spostarsi di nuovo. Questa volta a  New York. Un amico del padre attraverso la Chiesa ortodossa bulgara gli trova un lavoro presso un ristorante italiano. Farà il cameriere presso il ristorante “Da Valentino”. Dopo tre mesi di nuovo decide di cambiare città e si  trasferisce in California a Costa Mesa a pochi chilometri da Los Angeles.   Qui trova lavoro attraverso un giornale dei “soffiatori di vetro”. Con il lavoro ed uno stipendio di 2000 dollari al mese riesce ad ottenere il permesso di soggiorno. Ma dopo sei mesi lascia di nuovo e decide di ritornare in Italia.
Questa volta è Milano la nuova terra promessa. Dimitri lavora di nuovo in una fabbrica dove viene assunto con contratto regolare. Non è felice Dimitri. Gli manca la sua terra, le sue origini, anche se non vorrebbe mai ritornare in Bulgaria. Vorrebbe trovare nuovi amici, conoscere nuovi mondi, realizzare la sua terra promessa. Ma alla fine resta solo con il suo vetro dal quale riesce a tirare fuori fiori, tartarughe, portaceneri, bottiglie. Ora è lì con i ragazzi della cooperativa , nella piazza del paese in attesa della festa del “ciuccio”. Dimitri pensa al suo ritorno a Milano mentre la piazza impazza per la festa alle musiche del gruppo “Mattanza”. La festa è di origine araba. Un uomo muove  un asino di cartapesta ,  coperto dalla testa alla coda di fuochi pirotecnici ed una volta accesi , l’uomo con passi di danza si butta nella folla . La festa fa parte di quelle antiche feste calabresi quando ci si divertiva con poco . E la gente , fatta da immigrati ritornati per le ferie, di donne e bambini eritree ed etiopi , afgani  e bulgari, oltre che da diversi turisti, nella piazza di Riace si diverte davvero, con poco,  con semplicità, con naturalezza.
Quei pochi turisti che hanno scelto questo estremo lembo della Calabria, lo hanno fatto per le splendide spiagge bianche, per il mare pulito, e  per quei pochi servizi diretti al turista che nelle zone più affollate lo spremono come un limone.  Ma quello che resta del mio viaggio è la certezza che esiste un'altra Calabria, che delle speranze possono aversi, e che ancora oggi , nel nostro Aspromonte, nel nostro Chiapas, esistono uomini , donne, giovani, che hanno fatto del coraggio e della speranza la propria esistenza ed il proprio modo di vita.
 

Sito realizzato da Agenzia Web Marketing realizzazione e posizionamento siti web.

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per inviarti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.

Accetto i cookie da questo sito

EU Cookie Directive Module Information